martedì 4 marzo 2014

Intervista a Elena Genero Santoro

Grande appassionata di ginnastica artistica, l’ha praticata in passato ma ora, sostiene, non ha più né il fisico né l’età. Ama cantare. Ha fatto parte di un grande coro di Torino, tra il 1992 e il 1997, i cui incassi erano devoluti alla Caritas. Studia inglese un po’ per piacere e un po’ per necessità lavorativa. Si diverte anche a cucinare e a creare ricette, soprattutto se si tratta di dolci, ma non chiedetele di bagnarvi le piante se andate in ferie. Il pollice verde non è una sua virtù!






Il romanzo: Un errore di gioventù



Futura è incinta per la seconda volta e a Patrick sembra che il loro mondo sia perfetto, ma una notizia dal passato potrebbe scombinare tutto. Patrick infatti viene contattato da una sua ex, Arlene, che gli confessa di avere una figlia quasi adolescente, che potrebbe essere sua. Lui però non ha il coraggio di rivelarlo alla moglie. Ma anche una seconda notizia è destinata a portare dolore. Futura e Patrick sono da anni gli amici di penna di Luis, detenuto in Alabama per un omicidio commesso quindici anni prima sotto l’effetto di stupefacenti e condannato a morte. Ora l’iter processuale è terminato e l’esecuzione è stata fissata proprio nel giorno in cui è previsto il termine della gravidanza di Futura. Solo Mac, un amico di Patrick e Futura, nonché personaggio pubblico, potrebbe avere qualche chance per ottenere la grazia per Luis, ma prima dovrà mettere da parte i propri pregiudizi.

EDITORE: 0111 Edizioni 
http://www.labandadelbook.it/shop/product.php?id_product=636
ANNO : 2014
GENERE: mainstream
PAGINE: 224
PREZZO: 15,70 euro



Il libro è ordinabile in tutte le librerie e negli store online, tipo IBS e Deastore:

http://www.ibs.it/code/9788863076776/genero-santoro-elena/errore-di-giovent-u.html

http://www.deastore.com/editore/0111edizioni.html



E adesso, le nostre domande…

D: Benvenuta ad Autori Sul Web! Per rompere il ghiaccio, vuoi parlarci un po’ di te come persona?
R: Sono nata a Torino nel 1975. Sono laureata in ingegneria e lavoro nell’industria automobilistica. Inoltre sono sposata e ho due bambini.
Mi piace conoscere gente che ha una cultura diversa dalla mia, così, tra l’altro, mi impratichisco con l’inglese. Ho amici in diverse nazioni del mondo.
Cerco, ogni volta che posso, di trovare il lato comico delle cose.
Il mio motto è quella frase dell’ape, che in teoria non potrebbe volare per motivi aerodinamici, ma ignara delle nozioni scientifiche non solo vola, ma fa anche il miele. Credo infatti che ignorare – volutamente - i propri limiti sia un modo per superarli. Non sono di natura ottimista, non mi aspetto la bontà del destino “Se qualcosa può andar male, indubbiamente lo farà”, ma intanto io vendo cara la pelle.
Mi piace la giustizia quando arriva per tutti, pertanto non la cerco solo per me. 
Ho una flemma infinita quando c’è da attendere ore dal dottore o quando c’è da fare mille manovre per infilare l’auto in un parcheggio strettissimo, ma non ho la pazienza di aspettare un evento che potrebbe non verificarsi.
Sono una persona versatile, mi piace cimentarmi in un po’ di tutto. Sono convinta che nella vita oltre al talento serva la tenacia.
Desiderare fortemente qualcosa è il primo passo per raggiungerla.

D: Bene, passiamo alla parte letteraria. Da dove nasce il tuo desiderio di raccontare attraverso la scrittura?
R: Scrivo da quando sono ragazzina, mi è sempre piaciuto creare mondi tutti miei in cui io potessi decidere il finale, in contrasto con quanto accadeva nella realtà. Ora, con qualche anno in più, mi piace poter rappresentare la realtà, parlare di problemi di attualità, pensare a come si può raccontare qualcosa e condividere pensieri e impressioni anche con gli altri, tentando di non dare mai giudizi, ma piuttosto di capire, di pormi le domande giuste e magari trovare qualche risposta. E poi mi piace immedesimarmi nella testa dei personaggi, nel loro modo di pensare e di sentire, e farmi sorprendere talvolta dal finale verso cui loro stessi mi conducono! In questo libro il tema trattato è particolarmente delicato.

D: Quali sono i generi o gli autori che più ti hanno influenzato?
R: Amo in particolar modo i libri che trattano temi reali, dunque prediligo narrativa moderna e tra i miei autori preferiti ci sono Perissinotto, Piperno, Mazzucco, Mazzantini e anche qualche straniero tipo Tropper, Olasfdottir e Holt. Quest’ultima, per esempio, scrive polizieschi un po’ noir. Non impazzisco per i gialli in sé, ma per i problemi che questi vogliono narrare, usando come espediente un evento grave di cui le dinamiche sono da chiarire. Amo anche il fantasy, ma solo se metafora di qualcosa. E, naturalmente, ultimi ma non ultimi, ci sono i libri che raccontano i sentimenti, i dubbi, le paure di tutti noi, che sono viaggi interiori che finiscono solo quando si è giunti alla meta. Se poi il tutto è filtrato da una vena ironica, - e in questo Piperno e Tropper, che fanno ridere e piangere contemporaneamente, sono dei maestri, - a volte è meglio ancora.

D: Veniamo al romanzo. Come è nata l’idea?
R: Ho scritto questo libro dopo averlo metabolizzato per 3 anni, a seguito di un’esperienza personale. Mi sono posta la domanda: ma quando uno in adolescenza commette una stupidaggine, una cosiddetta “cazzata” dovuta all’immaturità, all’inesperienza, alla voglia di trasgressione, per quanti anni è giusto che paghi? Se il conto di un errore fatto da giovani si ripresenta dopo 15 anni, dopo una vita trascorsa in modo ineccepibile per interi lustri, ha ancora senso doverne fare le spese?
Il fatto è che dal 2002 al 2010 ho avuto la fortuna e l’onore di diventare amica di penna di Martin “Eddie” Grossman. Il nominativo di Eddie mi è stato fornito dalla persona di riferimento nella Comunità di Sant’Egidio, che da sempre lotta contro la pena di morte.
Eddie era un prigioniero nel braccio della morte in Florida e il 16 febbraio 2010 è stato ucciso. Non riesco a scrivere “giustiziato” perché dal mio punto di vista, una parola che ha lo stesso suono di “giustizia” con la pena capitale non c’entra proprio nulla. Questo libro è dedicato a lui. In ogni caso, la mia lunga corrispondenza con quest’uomo, iniziata con leggerezza dodici anni fa, mi ha profondamente arricchito umanamente e mi ha radicato nella convinzione che i carcerati non sono dei “mostri” (per lo meno, non necessariamente) ma delle persone, spesso sole, in cerca di calore umano e di normalità e che l’applicazione della pena di morte, su cui si potrebbe discutere come concetto in sé, è effettuata con criteri quantomeno discutibili.
Attualmente sono in contatto con altri due condannati, che, sarà un caso, sono neri. Non voglio fare i loro nomi perché il loro iter giudiziario non è ancora concluso.
I miei tre corrispondenti (Eddie, più i due attuali) sono persone molto diverse tra di loro, ma tutte ugualmente gradevoli e motivate a vivere.
Tutto ciò che denuncio sulla questione (il razzismo, le condizioni di vita nel carcere, persino gli orari in cui vengono serviti i pasti e l’esecuzione di innocenti) è reale e documentabile.

D: I tuoi personaggi da dove nascono? Che cosa provi per loro?
R: I protagonisti di questo libro sono per lo più gli stessi di cui ho scritto in “Perché ne sono innamorata” e negli altri libri della serie. A quelli già esistenti si aggiungono una ex-transessuale, Teresa, e un condannato a morte, Luis. Far parlare loro due è stata una sfida, perché rischiavo di cadere in stereotipi o dare un’idea sbagliata. In entrambi i casi ho messo il massimo della cura, perché due personaggi come loro meritavano il massimo del rispetto. In particolare, per quanto riguarda Luis, è vero che ho avuto un’eccellente fonte di ispirazione, ma è vero anche che Luis vive un’esperienza “estrema” nella quale nessuno di noi vorrebbe mai incappare.

D: Emozioni e considerazioni. Che messaggio vuoi trasmettere al pubblico?
R: Spero innanzitutto di trasmettere lo struggimento che ho provato io nel vivere la stessa avventura mentre la stavo scrivendo. Una storia non nasce solo perché decisa a tavolino, ma è l’espressione di uno struggimento dell’anima che vuole uscire in qualche modo. Prima di dare voce a Luis Crawford ci ho messo tre anni. La morte del mio amico Eddie mi ha segnato e dovevo metabolizzarla. A distanza di un po’ di tempo, ho visto le cose con più distacco, il che non vuol dire che il dolore sia finito. Sono ancora in contatto con i parenti di Eddie, e posso garantire che non c’è rassegnazione possibile. Rimane solo una famiglia straziata. L’esecuzione di Eddie, pur colpevole, avvenuta in modo così freddo, è stata una punizione per lui, ma anche per tutta la sua famiglia e persino per me che dal vivo non l’ho mai incontrato. A volte (leggo molti commenti su Facebook), di fronte a episodi di violenza, la gente invoca la pena di morte anche in Italia. Io capisco certe esternazioni, perché ho due bambini piccoli e l’idea che qualcuno possa fare loro del male mi fa impazzire. Ma quelli che invocano la pena di morte non sanno cosa dicono. Il mio non è un discorso buonista, anzi, e vorrei che in Italia ci fosse la certezza della pena, che molte volte manca. Non è con la legge del taglione, non è ammazzando il colpevole e creando dolore in un altro nucleo familiare che si risolvono i problemi e che si rieduca la gente. Basterebbe una condanna giusta alla reclusione.
  
D: Progetti in cantiere e previsioni per il futuro?
R: Be', intanto vorrei farmi conoscere un po’ e diffondere questo libro. Nel frattempo ho firmato un contratto per la pubblicazione in versione ebook del seguito diretto di “Perché ne sono innamorata”. Poi si vedrà…