mercoledì 3 dicembre 2014

Intervista a Elena Genero Santoro



Nel 2013 è uscito il suo primo libro, “Perché ne sono innamorata” con Edizioni Montag. Nel 2014 sono usciti “L’occasione di una vita”, ebook con Lettere Animate, il seguito diretto del primo libro. È stato pubblicato inoltre “Un errore di gioventù” con 0111 Edizioni e il mini romance “Un bacio di troppo”, ebook nella collana I Brevissimi di Lettere Animate.

Sito web o altro sito dell’autore/autrice


Il libro: Gli Angeli del Bar di Fronte

Chiara, italiana e Paula, rumena. Due giovani voci in una Torino autunnale e desolata. Due ragazze che vivono di lavori umili. Chiara serve ai tavoli di un bar malfamato, Paula fa la badante in nero. Tra di loro un gruppo di ragazzi rumeni che ha tutta l’aria di essere una banda. Una sera, quello che pare essere il capo, Vic, salva Chiara da un tentativo di stupro da parte di due di loro. Chiara vorrebbe sporgere denuncia, ma Vic, che è tanto affascinante quanto ambiguo, le chiede di non farlo, in cambio della sua protezione.  Nel frattempo l’ingenua Paula sogna l’amore, ma ripone tutte le sue speranze nell’uomo più sbagliato che ci possa essere. Un romanzo contro i pregiudizi e contro la violenza, che ha il sapore di una fiaba moderna.


CASA EDITRICE: 0111 Edizioni
ANNO DI PUBBLICAZIONE: 2014
GENERE: Mainstream
PAGINE: 212
PREZZO:
15,50


Su IBS (ebook e cartaceo): http://bit.ly/1tAoxqR
Su la Banda del Book: http://bit.ly/1B22aTN

Link dove è possibile leggere l’anteprima: http://bit.ly/1piBj1w


Conosciamo meglio l’autrice e la sua opera…


D: Benvenuta ad Autori Sul Web! Vuoi parlaci un po’ di te in generale?
R: Sono nata a Torino nel 1975. Sono laureata in ingegneria e lavoro nell’industria automobilistica. Inoltre sono sposata e ho due bambini.
Mi piace conoscere gente che ha una cultura diversa dalla mia, così, tra l’altro, mi impratichisco con l’inglese. Ho amici in diverse nazioni del mondo.
Cerco, ogni volta che posso, di trovare il lato comico delle cose.
Il mio motto è quella frase dell’ape, che in teoria non potrebbe volare per motivi aerodinamici, ma ignara delle nozioni scientifiche non solo vola, ma fa anche il miele. Credo infatti che ignorare – volutamente - i propri limiti sia un modo per superarli. Non sono di natura ottimista, non mi aspetto la bontà del destino “Se qualcosa può andar male, indubbiamente lo farà”, ma intanto io vendo cara la pelle.
Mi piace la giustizia quando arriva per tutti, pertanto non la cerco solo per me. 
Ho una flemma infinita quando c’è da attendere ore dal dottore o quando c’è da fare mille manovre per infilare l’auto in un parcheggio strettissimo, ma non ho la pazienza di aspettare un evento che potrebbe non verificarsi.
Sono una persona versatile, mi piace cimentarmi in un po’ di tutto. Sono convinta che nella vita oltre al talento serva la tenacia.
Desiderare fortemente qualcosa è il primo passo per raggiungerla.

D: Trame, personaggi e ambientazioni. Come nasce la tua passione per la scrittura?
R: Essenzialmente da un bisogno di riscatto. Nasce dalla voglia di raccontare una storia di cui sento la necessità, per dare il finale che io ritengo giusto. Nasce molto spesso dalla necessità di cambiare la realtà amara che fino a quel punto ho descritto con dovizia di dettagli. Tutto scorre più o meno incasinato fino a un certo frangente, ma poi arriva il momento in cui la questione si deve risolvere, in cui i nodi vengono al pettine, in cui chi deve chiarirsi si chiarisce. Nasce anche da un bisogno di spiegare a me stessa perché avvengono certe cose, di trovare delle risposte.

D: Quali generi, autori o situazioni ti hanno maggiormente influenzata?
R: Di solito ha impatto su di me chi racconta la realtà, come Perissinotto, la Mazzantini, Carofiglio. Amo anche il genere surreale, ma quando è palesemente, esageratamente tale. Recentemente ho scoperto Raymond Queneau, con I fiori blu, dove tutto è metafora di qualcosa. Invece mi dice poco Fred Vargas, con i suoi personaggi improbabili, senza nessuna profondità psicologica, che però lei impiega nel genere giallo. Insomma, ho bisogno di concretezza, di storie credibili che mi lavorino dentro e in cui posso ritrovarmi. E quando scrivo cerco di essere anche io così: credibile. L’idea che ci possano essere delle ingenuità nelle mie storie è ciò che più mi angoscia, anche se non posso escludere completamente che sia così. Poi mi piacciono anche gli autori che riescono a fare piangere, a toccare temi seri utilizzando un linguaggio leggero. Alessandro Piperno o Jonathan Tropper nel suo “Dopo di lei”, che è la storia (tragicomica e rocambolesca) di un imbranato ventinovenne che è appena rimasto vedovo. Ci sono pagine che fanno morire dal ridere, perché raccontano con ironia pazzesca le vicissitudini del ragazzo circondato dalle vicine di case che ci provano e dal figliastro sedicenne che si caccia nei casini. Ma poi ci sono pagine di dolore puro, dove le lacrime del lettore scendono copiose anche se le situazioni, come descritte, rasentano l’assurdo. Comunque, come lettrice, vado anche alla ricerca di belle e struggenti storie d’amore e di finali lieti e positivi. I finali per me devono essere pieni, soddisfacenti. Possibilmente positivi, ma comunque pieni, nel bene o nel male. E le storie d’amore che rimangono a metà, con lui che muore, o lei che fugge, proprio non mi garbano. Adoro l’abilità di Elena Ferrante di descrivere l’ambiguità dei rapporti umani.

D: Passiamo al tuo libro. Come è nata l’idea? Hai condotto ricerche particolari per scriverlo?
R: “Gli Angeli del Bar di Fronte” è un romanzo a due voci. Le protagoniste sono due ragazze, un’italiana, Chiara, e una rumena, Paula, che vivono entrambe a Torino. Entrambe sono alle prese con problemi di sopravvivenza. La prima, la cui famiglia era benestante solo fino all’anno prima, lavora in un bar malfamato della Torino nord (Il Bar di Fronte) in attesa di terminare la tesi di laurea. Quando si laureerà, potrà iniziare un lavoro a Grenoble, in Francia. La seconda, pur avendo un titolo di studio specialistico, fa la badante in nero ad un anziano non autosufficiente. Se mi chiedi qual è stata l’ispirazione di questo contesto, direi che è bastato guardarmi intorno. Negli anni, anche solo nella mia famiglia, si sono avvicendate diverse badanti, italiane e straniere. Il libro parte da questa situazione molto attuale, molto realistica, per prendere una strada ovviamente più improbabile e meno scontata: sia Paula che Chiara si ritrovano ad avere a che fare con un gruppo di cinque ragazzi rumeni su cui c’è un alone di mistero, perché non si sa bene di che cosa campino, che cosa combinino tutto il giorno se non bivaccare nel bar in cui Chiara serve. Questi cinque rumeni hanno tutta l’aria di essere dei poco di buono e lo dimostrano  appieno quando due di loro, una sera, cercano di violentare Chiara all’uscita dal bar. Il loro tentativo va a monte perché quello che sembra essere il loro capo, Vic, li ferma in tempo. Ma Vic, che è tanto affascinante quanto ambiguo, poi convince Chiara a non sporgere alcuna denuncia in cambio della sua protezione. Lei si lascia persuadere, seppur con delle remore, e da quel momento inizia una frequentazione forzata con questo Vic che pur essendo un ragazzo cortese e persino colto, a differenza degli altri quattro che sono degli zotici, non si affranca mai dai suoi compari e copre tutte le loro malefatte, con gran disappunto di Chiara. D’altra parte c’è Paula, che si ritrova a fare i conti con i rischi del lavoro sommerso, che quando si ustiona con un semolino rovente non può nemmeno chiamare il 118 e che sogna l’amore nell’uomo più sbagliato che ci possa essere, senza neanche considerare i sentimenti che il buon Anghel prova per lei.
Il mio libro è un mezzo per parlare di immigrazione, senza voler essere esaustivo, perché l'immigrazione è un tema complicatissimo. Prendo in esame la comunità rumena perché è quella che conosco meglio ed anche la più simile per cultura alla nostra (siamo tutti Europei, educati al cristianesimo, anche se magari dissentiamo); non approfondisco, per esempio, nulla del mondo musulmano, perché sarebbe stato un discorso a parte, ancora diverso. Tuttavia voglio mettere in luce le difficoltà che sussistono da ambo le parti, per quanto riguarda l’integrazione. Nella mia storia ci sono buoni e cattivi in entrambe le culture, ma a volte, non è corretto parlare di bontà o cattiveria, quanto piuttosto di disperazione: un immigrato da un paese povero fa tutto quello che può per migliorare le sue condizioni di vita; un italiano metterà in regola un immigrato solo se economicamente se lo potrà permettere. E poi, ovviamente, la questione si ribalta, perché in passato anche gli italiani sono stati immigrati (pessimi) per qualcun altro. Adesso sono ancora ugualmente immigrati (in America o nel nord Europa), seppure immigrati di lusso. Anche Chiara deve decidere se lasciare l’Italia per la Francia. Quindi la questione ha varie sfaccettature. Nel racconto non c’è assolutamente nessun episodio realmente accaduto, ma quando ad un certo punto i protagonisti partecipano ad un matrimonio misto, tra un italiano e una rumena, beh, posso dire che ad uno sposalizio analogo ho partecipato anche io. L’aspetto che allora mi saltò all’occhio immediatamente fu la totale estraneità tra invitati italiani e invitati rumeni; il loro modo di festeggiare era completamente slegato e diverso. Gli uni di qua e gli altri di là. Non fu un buon esempio di integrazione e tra l’altro il matrimonio terminò molto in fretta, pochi mesi dopo. Comunque, come dicevo, oltre a questo contorno molto attuale, nel mio libro si parla assai anche di sentimenti, di attrazioni proibite. Chiara subisce pesantemente il fascino di Vic, e pur ritenendo che il suo desiderio verso di lui sia sbagliato non riesce a farne a meno. Paula attende di essere notata dall’uomo dei suoi sogni, che tutto è meno che un bravo ragazzo e quando ciò accadrà le conseguenze saranno serie. Concludo dicendo che il mio romanzo si pone con decisione contro la violenza contro le donne.

D: A chi ti ispiri quando crei i tuoi personaggi? Cosa provi per loro?
R: I miei personaggi sono i miei vicini di casa, le persone che posso incontrare per strada o andando al lavoro. Chiara è la ragazza della porta accanto e Paula pure, così come i rumeni disgraziati che bivaccano al bar. Per le due protagoniste femminili provo una grandissima tenerezza. Ho vissuto la loro storia entrando nella loro mente, accostando le loro vite con un parallelismo che in alcuni momenti della narrazione diventa un’intersezione. Paula e Chiara si incontrano in alcune situazioni particolari e momenti clou, fino all’attimo cruciale che cambia tutta la storia. Inoltre hanno anche dei tratti comuni, per esempio due madri depresse che non sono loro mai d’aiuto. Vic invece mi ha fatto impazzire letteralmente e tolto il sonno la notte. È il personaggio più improbabile, una sorta di criminale gentiluomo che si prende cura di Chiara con molta cavalleria, che ostenta un italiano perfetto e anche una notevole cultura, ma che di fatto spende le sue giornate appresso quattro pseudo criminali (gli stereotipi degli immigrati nullafacenti che campano di espedienti), non si capisce per quale motivo. Perché lo fa? Qual è il suo interesse? Perché sta appresso a Chiara? Mente? Ci sono una serie di domande che ruotano intorno a Vic e che ossessionano Chiara a lungo. Vic è l’elemento che fa uscire la narrazione dalla mera cronaca di una grigia realtà, perché è un personaggio che porta in sé un alone di mistero. A tratti pare un trentenne pacato e dai molti interessi, a tratti pare un intrallazzone con pochi scrupoli. Poi, ovviamente, ad un certo punto tutto verrà spiegato, ma mantenere Vic ambiguo fino a quel punto per me è stato un gran lavoro. Spero di esserci riuscita. Infine ci sono altri personaggi minori, Giovanni il cassaintegrato ipocondriaco, Armando il barista silenzioso ed empatico, Noemi l’amica che tradisce il fidanzato, Carla la disoccupata depressa e incinta, Anghel, l’innamorato senza speranza che si spezza la schiena ai mercati generali, Gianna la donna in carriera onesta, Eleonora la sorella spocchiosa, Luigi il fidanzato assente e la zia Doina che come unica preoccupazione ha far quadrare i conti in casa. Ogni personaggio secondario ha la sua microstoria, che giunge comunque a una conclusione.

D: Quando ti siedi a scrivere una storia, tracci prima una scaletta o segui piuttosto un’idea? 
R: Prima nasce un’idea, uno spunto che voglio sviluppare. Poi però una scaletta in testa ce la devo avere. Anche se, man mano che scrivo, possono venirmi in mente idee nuove che mi fanno sviluppare particolari dettagli che all’inizio non avevo considerato.

D: Emozioni e considerazioni. Quale messaggio vuoi trasmettere al tuo pubblico?
R: Con questo libro vorrei raccontare uno spaccato dei giorni nostri con i problemi che ci portiamo appresso un po’ tutti. Non voglio dare giudizi, spero che questo sia chiaro. Anche se magari ciascuno penserà di vederci dentro quello che già aveva in mente, nel mio intento cerco di essere il più obiettiva possibile e anche di sfatare qualche luogo comune sugli immigrati, che vivono a spese di noi italiani a detta di molti. Non è così, gli immigrati non sono così tanti, anzi, sono meno degli italiani che vanno all’estero. E di loro abbiamo bisogno, per molti motivi. Non sono tutti stinchi di santi, ma non lo siamo neanche noi. Esempio: sono le donne dell’est che circuiscono gli anziani per farsi sposare ed ereditare il patrimonio di una vita oppure sono gli uomini italiani ad essere dei vecchi porci imbottiti di viagra e a costringere le badanti ad aprire le gambe in cambio di promesse? Dove sta la verità? Ognuno porta la sua versione dei fatti.

D: La tua opinione su e-book, social network e blog: strumenti utili o dispersivi?
R: Se non li ritenessi utili, non sarei qui! Battute a parte, per quanto riguarda gli ebook, ultimamente ho letto solo libri su supporto elettronico. Ci è voluto un po’ per decidere di convertirmi, ma ora non tornerei più indietro. I libri sono più economici, occupano meno spazio e nella borsa ho sempre tutta la mia libreria che pesa pochissimo! Anche i miei genitori, che hanno in media quasi settant’anni, ormai leggono con l’e-reader e sono felicissimi.
I social network sono utili per rimanere in contatto con la gente, però non necessariamente sono garanzia di successo. Se si spamma eccessivamente il proprio prodotto si rischia di sortire l’effetto contrario. Inoltre, per via di qualche algoritmo del sistema, quando Facebook capisce che ti interessa un certo argomento, ti mostra praticamente solo più quello. Io che sono in contatto con molti scrittori e gruppi di lettura, ormai vedo solo più i loro contenuti e non i post degli altri amici e mi sento un po’ in gabbia.
Il blog è uno strumento ottimo per comunicare al mondo ciò che si pensa, bisogna solo vedere se qualcuno ha voglia di leggere quello che scrivi.

D: Prossimi progetti o lavori in fase di realizzazione?
R: Mi piacerebbe fare qualche presentazione dei miei libri. A Torino e dintorni, nelle varie librerie e biblioteche ho ricevuto solo promesse ma nessuna proposta concreta. Oppure la prospettiva di dovere organizzare tutto da me in cambio della messa a disposizione di una sala vuota. In un caso, in una nota e conosciuta libreria di Torino, sono stata palesemente presa in giro per dei mesi. Una collega della mia zona è stata letteralmente “massacrata” dal comitato di lettura di una nota biblioteca di Torino. Insomma, pare che da queste parti non ci sia un caloroso accoglimento per gli autori meno conosciuti. Mi dicono che altrove le cose vadano un po’ meglio. Peccato, perché per certi versi Torino è una città sensibile alla cultura, dove si organizzano mostre ed eventi. Comunque intanto sto concludendo alcuni racconti. Poi mi auguro di riuscire a pubblicare prima o poi tutti i romanzi che ho nel cassetto, che non sono pochi. E naturalmente, di riuscire sempre a scrivere, nonostante tutti gli impegni.